Un'esperienza benedetta
Suore Arleen Bourquin, SFP
giugno 2010
È già qualche anno che faccio volontariato nell’Associazione del Teatro Victoria. In cambio del tempo che passo a prendere i biglietti, distribuire i programmi e a portare i clienti al loro posto guardo gli spettacoli e i concerti gratis, altrimenti non potrei certo permettermeli. Per questo è anche un ministero: aiutare con gentilezza gli spettatori ansiosi, sorridere e augurargli di godersi lo spettacolo. Alla fine di aprile l’Università di Dayton ha patrocinato un programma particolare. Si trattava di una conferenza di Elie Wiesel, scrittore, professore alla Boston University, attivista politico, premio Nobel e sopravvissuto all’Olocausto. Appena la notizia è diventata pubblica mi sono offerta di lavorare come volontaria per l’evento. Mi è stato assegnato il primo settore della platea, il mio preferito, vicino all’entrata numero 1. Arrivato il grande giorno, proprio mentre stavo facendo accomodare gli ospiti, un signore ben vestito è venuto a chiedermi come si arrivava dietro il palco. Gli ho spiegato che agli ospiti non è consentito andarci e lui mi ha detto di essere Daniel Curran, presidente dell’Università di Dayton. Così, con un po’ di rossore, gli ho velocemente indicato come arrivarci. Una lezione di umiltà! Poco dopo, mi si è avvicinato il direttore dei servizi di sicurezza per informarmi che sarebbe entrato e uscito dalla “mia” entrata e che ci sarebbe stato un custode ad ogni lato del palco. Poi ho saputo che nel pubblico c’erano tanti agenti in borghese. Mi sono chiesta se il signor Weisel avesse ricevuto delle minacce di morte, soprattutto quando ho notato che un tipo davanti a me aveva una pistola. Prima ancora che Elie Weisel arrivasse sul palco la serata era già interessante!
Quando Elie Wiesel è stato annunciato ed è apparso sul palco mi sono venute le lacrime agli occhi. Ho subito sentito di essere alla presenza di un sant’uomo. Avevo letto i suoi libri Notte, Mattino e Giorno poco dopo la pubblicazione, negli anni Sessanta, in cui raccontava dell’esperienza in campo di concentramento in Germania a 13 anni. La sua voce era dolce e delicata mentre raccontava le sue esperienze. Delle tante cose dette, me ne ricordo una in particolare: “... il peggior terrorista è chi crede di avere tutte le risposte e cerca persino di convincere gli altri che sa esattamente cosa vuole Dio”. Mentre la folla se ne andava, ho incontrato un signore molto triste che mi ha chiesto di incontrare Elie Wiesel. Gli ho risposto che mi dispiaceva ma che non sarebbe stato possibile. Allora mi ha raccontato un po’ della sua vita. Era nell’esercito degli alleati, aveva 22 anni. Ho visto il dolore nel suo sguardo, mi sono ricordata degli orrori a cui i giovani soldati avevano assistito, cose che nessuno dovrebbe mai essere costretto a vedere. Gli ho detto, con tanta compassione: “Quelli tra noi che hanno visto l’olocausto stanno morendo, tra un po’ non ci saranno più testimoni”. Gli ho suggerito di contattare Elie Weisel attraverso il suo editore o andando al sito. Mi sono accorta che cominciava a rilassarsi e che lo sguardo gli si era illuminato all’idea di poter contattare Elie Weisel. Davanti a me c’era un altro sant’uomo, questa volta trasformato da un semplice gesto di compassione. |


