Terra Santa: in ascolto della Parola e della vita
““. . . con la convinzione che la Parola di Dio è un dono che siamo chiamati a conoscere ed amare di più . . .”
![]() Cupola della Roccia a Gerusalemme |
![]() Monte Nebo – Sr. Michela Refatto – avere “...momenti in cui si cammina da soli e altri in cui si gode della compagnia e dell’aiuto di qualche fratello è un po’ il paradigma della nostra vita che cerca inesorabilmente l’incontro con Dio.” |
Sr. Michela Refatto, sfp
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Vivere e studiare per 4 mesi a Gerusalemme è stato un dono e una grazia che mi ha permesso di visitare città e luoghi cari alla storia del popolo eletto e alla vita di Gesù, ma confesso che non sono state tanto le lezioni di greco ed ebraico o i resti archeologici di città importanti che mi hanno maggiormente segnata, ma la vita di tanti fratelli e sorelle che non sanno più vivere in pace.
La Bibbia descrive Gerusalemme come una madre che ha generato tanti figli e un salmo afferma che tutti siamo nati là ed è vero: a Gerusalemme ci si sente un po’ a casa e si sperimenta che essa è un grembo che accoglie popoli dalle molteplici differenze e questo risulta affascinante, una sfida per vivere nell’apertura e nella condivisione.
Con il passare del tempo, però, ci si scontra con un culto nascosto da tutti coltivato: è il culto della distinzione che diviene separazione, per cui alla medesima fermata dell’autobus si trovano ebrei e arabi, subito riconoscibili dal modo di vestire e anche se diretti nel medesimo luogo, usano rigorosamente mezzi di trasporto distinti.
Questo culto della distinzione diventa un muro di divisione, ogniqualvolta arriva ad assumere la forma del fondamentalismo, perché impedisce ogni forma di dialogo e la ragionevolezza lascia il posto al dominio incontestato del più forte.
Spesso mi sono chiesta: la sofferenza insegna qualcosa? L’orrore dell’olocausto cosa ha fruttato, se oggi non si vuole ammettere che se ne sta perpetuando un altro altrettanto feroce?
Non riesco a tradurre in parole il dolore provato le volte in cui ho dovuto attraversato uno dei ceck-point, ossia uno dei due varchi che permette ad alcuni palestinesi, in possesso di un permesso speciale, di uscire da Betlemme, oltrepassare il muro e raggiungere Gerusalemme.
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Con questi luoghi sacri nel cuore . . .
Nel rientrare in Italia mi sono chiesta: “Michela che cosa ti ha maggiormente parlato?”.
Con certezza posso dire la terra di Israele, così particolare nelle sue diversità e ricchezze, con il suo deserto e le sue alture, la pianura in fiore e il lago. E proprio nel girarla alcune pagine della Scrittura hanno ripreso vita ed alcuni luoghi sono stati per me particolarmente significativi:
- il lago di Galilea che in ogni angolo porta le memorie del passaggio di Gesù e la cosidetta “Chiesa del primato”* dove si fa memoria della domanda di Gesù a Pietro: “Mi ami tu più di costoro?”.
- la salita al Sinai di notte, insieme ad una folla di pellegrini di religioni diverse, dove ho sperimentato che quel camminare al buio, nella fatica di una salita che mette alla prova, dove è necessario rispettare il proprio passo per cui ci sono tempi in cui si cammina da soli e altri in cui si gode della compagnia e dell’aiuto di qualche fratello è un po’ il paradigma della nostra vita che cerca inesorabilmente l’incontro con Dio.
- il percorso a piedi nel deserto di Giuda fino a Gerico, dove ho contemplato il sorgere dell’alba, ho sperimentato la benedizione dell’acqua che genera vita e sgorga in modo incomprensibile da una sorgente, dove ho fatto memoria della parabola del buon samaritano a me tanto cara e ho compreso in modo nuovo quale impegno Dio si è assunto nel promettere che avrebbe aperto una strada per il suo popolo fra quelle alture rocciose
- la salita al monte Nebo e la discesa nelle steppe di Moab e il ripercorrere l’esperienza di Mosè che agli occhi umani sembra destinato ad una storia incompiuta e invece riceve ben più della Terra Promessa perché, con la morte riceve il dono di vedere faccia a faccia il suo Dio.
- al santo sepolcro - qualche andata furtiva al santo sepolcro dove è impossibile non rivivere l’esperienza di Maria di Magdala, il suo piangere per la perdita di un morto e la sua gioia nell’incontrarlo vivo e nel ricevere il mandato dell’annuncio.
Ma oltre ai luoghi sono partita con dei volti e dei nomi che sono oggi per me motivo di speranza e dai quali sento che la mia vita è stata toccata.
Riconoscere il dono di questo popolo santo fatto ad immagine di Dio...
•Sono Nafus, Elias, Nicolas, Iusuf e Issà che lavorano nella comunità dei Gesuiti dove sono stata ospite: due musulmani, due ortodossi, un cattolico e si considerano una famiglia per cui era commovente vederli fare merenda insieme. Io mi sentivo a disagio quando ero da loro servita, ma loro dicevano che ero loro sorella, per cui nelle occasioni speciali mi chiedevano di stare in cucina a preparare i piatti con loro e tutto era condito da sonore risate.
• La comunità ebraica che si riunisce nella sinagoga di “Colhaneshama” dove andavo per condividere la preghiera del sabato, una preghiera bella, partecipata, viva, ricca di salmi cantati e memoria continua delle meraviglie compiute da Adonai, una sinagoga che non conosce distinzione fra uomini e donne e osa pregare per la pace fra ebrei e musulmani ed è aperta al dialogo e all’accoglienza anche dei cristiani.
•Le parole del presidente Obama che ho percepito un profeta dei nostri tempi, disposto ad impegnarsi in prima persona con il discorso pronunciato a Il Cairo: ho visto la commozione e le lacrime di tanti, anche le mie, soprattutto perché non si è dimenticato delle donne.
•P. David un ebreo scappato con la famiglia dalla Germania che si è convertito al cristianesimo ed ora è gesuita e lavora instancabilmente perché i suoi fratelli ebrei aprano gli occhi e vedano ciò che non vogliono vedere. È uno dei vicari del patriarca ed è impegnato nella cura dei rapporti fra i fratelli ebrei e la chiesa di Gerusalemme e così ha scritto: “Su questa terra ci sono cristiani che hanno fatto una scelta di solidarietà e condivisione o con il popolo ebraico o con quello palestinese, solo che il problema qui è che questi due popoli non parlano l’uno con l’altro, per cui questi cristiani e quindi la Chiesa non è per niente ponte, è al contrario muro! E allora che speranza può esserci? Anche voi potete fare da ponte, aiutandoci a entrare in una prospettiva giusta, che non sia né totalmente focalizzata sulla storia ebraica e demonizzi i palestinesi, né tenga conto solo dell’oggi dei palestinesi. Per sviluppare un discorso davvero responsabile, dobbiamo non dimenticare gli uni e non dimenticare gli altri”.
Come si conclude questa mia esperienza?
Sicuramente con la convinzione che la Parola di Dio è un dono che siamo chiamati a conoscere ed amare di più, a studiare e a comprendere meglio e la terra di Israele ci aiuta in questa ricerca e passione che vanno alimentate. Ma questo non basta: siamo chiamati a vivere con coerenza e fedeltà nei confronti di tale Parola e a lottare con tutte le nostre forze perché essa non venga boicottata e resa sterile dalle logiche di potere che spesso guidano i governi e le istituzioni religiose delle nostre città e del mondo intero.
Buon cammino e che Dio e Madre Francesca ci aiutino!
![]() Issà, Elias, Nicolas, Iusuf, considerano una famiglia |
![]() Comunita Internazionale dei Gesuiti del Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme |
![]() Sr. Michela con altri studenti della Gregoriana |
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* Chiesa francescana situata sulle sponde nord-occidentali del Mare di Galilea, che ricorda la consacrazione di Pietro alla testa degli apostoli (Gv 21).









