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VOCI SFP

LUGLIO/AGOSTO 2009
Vol. V, No. 6 ©

 

La comunità della vita e i giovani

“Mi chiedo cosa possiamo imparare dai giovani della comunità della vita?”


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"Radiant Light" by Meganne Forbes.
Used with permission.

Nel 1980 mons. Oscar Romero traduceva il pensiero di Ireneo da Lione dicendo: “La gloria di Dio è la vita e la liberazione degli impoveriti”. Senza dubbio, oggi egli direbbe che questa vita e questa liberazione dei poveri dipendono dalla vita e dalla liberazione della terra e dal rispetto del diritto di tutti gli esseri viventi.
Il filosofo cinese Chiang Tsai afferma: “Il cielo è mio padre e la terra è mia madre. Anche una creatura piccola come sono io trova accoglienza in essi. Per questo motivo, in tutto ciò che costituisce l’universo vedo il mio corpo. Tutti gli esseri umani sono miei fratelli e tutte le cose sono mie compagne”. Questo tipo di affermazione scaturisce dalla fede nella vita e dall’amore per l’universo.

Se tutte le tradizioni spirituali ricordano all’umanità la presenza divina in tutti gli esseri e che l’incontro con la divinità si dà in questa comunione con la natura, resta la sfida di come e in che direzione sviluppare questa Eco-spiritualità.

Potremmo intendere la spiritualità come “il senso che si può dare alla vita”. Ora, che senso avrebbe la vita se non fosse relazione con l’altro? Il primo luogo in cui Dio incontra l’essere umano è l’altro, questo altro che non è solo l’altro essere umano, ma ogni essere vivente e la creazione stessa..

La nostra è definita da Bauman, un noto sociologo europeo, l’epoca della società “liquida”: in un mondo in cui è possibile confrontarsi con culture diverse, non esiste più un modello universale di riferimento, né una meta precisa verso cui tendere, né una definizione di livello ultimo e irrevocabile.

Questa diversità e pluralità caratterizza i giovani, che ne sono, forse, l’espressione più genuina.
Mi chiedo cosa possiamo imparare dai giovani della comunità della vita?
In una visione dell’universo non più verticistica e gerarchica, ma circolare, quale linguaggio, quali modalità per “essere” comunità della vita tra e con i giovani?

“ ‘Essere' comunità della vita con i giovani è annunciare il sogno di una società diversa, più comunitaria e umanizzante..."

Nella “postmodernità liquida”, dove tutto è in perpetuo movimento, i giovani costruiscono la loro identità attraverso spazi “aperti”: in dialogo, flessibili, cangianti.

Stare con i giovani, o dalla loro parte, vuol dire accogliere la sfida di questo movimento perpetuo; ci chiede la costante capacità di metterci in discussione ed assumere un’attitudine di maggiore fluidità ed adattabilità.

Le recenti scoperte scientifiche ci presentano l’intero universo come una serie di parti intimamente connesse e interdipendenti.

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Da parte sua, “l’era del network” ci insegna quanto sia fondamentale, all’interno di un gruppo strutturato a rete, il senso di appartenenza.

Le reti, infatti, si basano sulla fiducia, sulla condivisione di interessi comuni, su rapporti inclusivi.

Mi ha colpito la storia di Andrea, un ragazzo di 21 anni morto lo scorso dopo una malattia che lo ha costretto a diversi mesi di ospedale. Dopo il funerale, celebrato alla presenza di centinaia di suoi amici e amiche, molti di loro sono andati a farsi tatuare sulla pelle una “A”, per dire che Andrea sarebbe rimasto nella loro vita per sempre, in modo indelebile.

 “Essere” comunità della vita con i giovani ci chiama, allora, ad offrire spazi di “connessione”, dove ogni persona è  accolta, perché importante. Ci spinge a tessere reti in cui privilegiare la relazione, in cui le esperienze ed i doni di ciascun membro sono fili indispensabili, legati in una profonda comunione, gli uni con gli altri. “Essere” comunità della vita con i giovani è annunciare il sogno di una società diversa, più comunitaria e umanizzante, più giusta e fraterna.

Questo sogno ci invita a restare disponibili al confronto e al dialogo, a proporre valori condivisibili, significativi non solo per la vita del singolo, ma anche e soprattutto, della comunità.

Questo sogno ci sfida a porci gratuitamente ed incondizionatamente dalla parte dei giovani e da lì ripensare come annunciare la Buona Novella di un Dio che è comunità di Vita.

Queste sono solo alcune provocazioni che i giovani ci lanciano, si intuisce che esserne aperti è spalancare le porte al presente e al futuro.

Buon cammino!!

Sr. Gianna Giovannangeli, sfp
Consigliera congregazionale - Italia

1. Cf. Bauman, Voglia di comunità, 72.
2. Cf. Rifkin, Il sogno europeo, 188-199.

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“Voi siete i discepoli di Cristo oggi:”
Riflessioni sui giovani

Sr. Maria Klosterman, SFP

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Un bel gruppo di volontari!

Do uno sguardo all’orologio sulla scrivania e mi accorgo che il tempo vola veramente e che molto presto sarò insieme ai volontari della Mensa dei poveri San Francesco nel paese di Over-the-Rhine. Ogni lunedì, mercoledì e venerdì ci troviamo per aiutare a servire la cena alle tante persone affamate. I volontari che arrivano sono molto diversi tra loro ma tutti generosi, sorridenti e pronti ad aiutare gli altri. Tra i volontari ci sono tanti adolescenti e giovani di varie scuole superiori e università e molti che continuano a venire anche molto al di là di quando lo richieda la scuola!   

Papa Benedetto XVI, nel messaggio ai giovani di New York, ha detto: “Voi siete i discepoli di Cristo oggi... fate vedere al mondo la ragione della speranza che risuona dentro di voi. Dite agli altri che la verità vi fa liberi”. Ed è proprio quello che fanno questi giovani volontari! Oltretutto, aiutando gli altri, si sentono contenti e realizzati, tutte cose di cui i giovani sono alla ricerca. SI`, troppi oggi mettono i giovani “in una gabbia” dicendo che:   

  • i giovani non vogliono stare con i genitori o con altri adulti.

  • sono interessati alla spiritualità, ma non alla Chiesa.

  • non sono interessati ad imparare niente del Cattolicesimo, e per questo è meglio cercare di fare comunità con eventi sociali.

Occorre coinvolgere i giovani in un dialogo rispettoso in cui si permette che le loro idee, esperienze e spiritualità emergano.”

Anche se queste affermazioni possono essere vere per qualcuno di certo non valgono per tutti. Robert McCarty, autore di La chiesa cattolica dei giovani: radici e ali identifica alcuni elementi che si trovano molto spesso tra i giovani. Una volta sembrava “normale” che i giovani abbandonassero la chiesa per un po’, per poi tornarvi dopo essersi sposati o dopo aver avuto figli. Questo presupposto non è più valido. Oggi i giovani “vanno alla ricerca” per trovare una comunità dove si sentono bene accolti. Cercano di fare un’esperienza autentica di Dio e una religione che li aiuti a capire la vita, con le sue gioie e i suoi dolori: una fede che abbia senso, che dia direzione e significato e che li sfidi. E vogliono essere legati ad altri, di qualsiasi età, che siano alla ricerca delle stesse cose.  

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Volti della speranza: Emily e Claire servono chi ha fame

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Chiedete ai giovani (e ascoltate attentamente quando rispondono) dove fanno esperienza di Dio, dove pregano meglio, dove provano gioia e dolore perché sentono che Dio è presente!

 

McCarty afferma che, “Nella loro sete di santità, [i giovani] si dimostrano aperti alla trascendenza. Nella sete di giustizia sono aperti al servizio. Nella sete di rapporti sono alla ricerca di una casa spirituale. Per essere efficaci nel ‘trasmettere loro la fede... dobbiamo prima andare incontro a queste forme della sete che si portano dentro”.  I giovani oggi sono combattuti tra il desiderio di credere e quello di appartenere. Molti sono profondamente spirituali, religiosi e legati a delle comunità di fede. La spiritualità viene intesa da loro come mistero, bellezza, compassione, accoglienza e giustizia. Tuttavia spesso hanno una percezione della ‘religione’ come un qualcosa di pronto a condannare e come una dottrina astratta, fatta di regole e di rituali noiosi e senza significato. Secondo McCarty “il cattolicesimo è più efficace quando offre un contesto e un linguaggio con cui i giovani possono dare un nome e celebrare l’esperienza che fanno di Dio, e quando fa loro fare esperienza di Gesù ed offre una comunità sacramentale, una casa spirituale”. Da qui emergono delle ‘strategie’ che potrebbero essere efficaci. 

Chiedete ai giovani (e ascoltate attentamente quando rispondono) dove fanno esperienza di Dio, dove pregano meglio, dove provano gioia e dolore perché sentono che Dio è presente! 

In Conversione, discernimento, missione: creare una cultura vocazionale nel Nord America, gli autori osservano che c’è sempre il pericolo di rinchiudere in una gabbia fatta di pregiudizi tutta una generazione. I giovani d’oggi, sia singolarmente che collettivamente, non meritano di essere né canonizzati né demonizzati ma rispettati e capiti. Occorre coinvolgere i giovani in un dialogo rispettoso in cui si permette che le loro idee, esperienze e spiritualità emergano e si confrontino con la tradizione cattolica. Il rispetto e la comprensione costruiscono un fondamento solido su cui, ad un certo punto, si può anche proporre l’invito a prendere in considerazione una chiamata alla sequela e alla missione e anche, più precisamente, al sacerdozio o alla vita consacrata. 

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Il gruppo giovanile Madre Francesca (MAFRA): un nuovo ministero a Goiania
“Ora è il momento di generare speranza nella Comunità della vita”

Suor Lecia José da Silva e Marli Moreira Barbosa, associata


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Sr. Lécia con il gruppo MAFRA

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L'associata Marli Moreira Barbosa con il gruppo MAFRA

Nel 2009, in base alle priorità delle necessità stabilite dalla nostra Leadership Congregazionale, abbiamo deciso di iniziare un nuovo ministero con gli adolescenti al nostro Centro di formazione Francesca Schervier. Insieme a loro abbiamo creato il nome, che è poi una sigla, MAFRA (Gruppo di adolescenti Madre Francesca).   

Lavorare con questi sedici pre-adolescenti e adolescenti (dai dieci ai quattordici anni) è entusiasmante. Sono pieni di vitalità, pronti all’amicizia e alla ricerca di un ideale. Cercano di verificare i loro valori personali, l’avventura e la libertà. Hanno un desiderio di tenerezza e di stabilità, di essere capiti e di essere indipendenti. Vogliono essere ascoltati e comunicare con gli altri. Vogliono essere notati da quelli che desiderano fare partecipi della propria vita. Hanno bisogno di essere apprezzati nelle piccole cose che fanno. Vogliono manifestare il proprio affetto e pregare insieme, ricevere una formazione spirituale ed emotiva e sentono il bisogno di essere amati.   

"Through evangelization, education and participation in their daily experiences, we learn with these adolescents
during our encounters."

Essere comunità della vita con i giovani . . .
Con l’evangelizzazione, la formazione e la partecipazione alla loro esperienza quotidiana negli incontri con questi adolescenti impariamo anche noi insieme a loro. Parliamo di tanti argomenti, come la Campagna dei vescovi brasiliani per aiutare i poveri, argomenti legati alla sessualità e alla vita di famiglia. Guardando film educativi, organizzando uscite, e con il gioco di ruoli e delle feste particolari abbiamo incoraggiato il sostegno delle famiglie invitando i parenti a partecipare ad alcune attività.  

È bello uscire dalle proprie abitudini per andare incontro alle loro esigenze. Dal momento che è necessario avere tanta creatività per rispondere alle sfide che presentano, come persone che li seguono cerchiamo il tesoro delle nostre capacità nascoste. Il gruppo MAFRA ci aiuta a conoscerci meglio e a farci conoscere tra i giovani del quartiere.  

In questi ultimi dieci anni l’apostolato con i giovani è diventato uno dei punti su cui la Chiesa insiste di più. Poco tempo fa, il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto ai giovani questo invito: “Vi incoraggio a scoprire nella croce la misura infinita dell’amore di Cristo” per ricordare che “in Cristo crocifisso si manifestano in noi la potenza e la sapienza di Dio”. (Discorso del papa il 6 aprile 2009 ai giovani della Spagna che hanno ricevuto la Croce per la Giornata Mondiale dei Giovani del 2011).  

Tante sfide
L’apostolato con i giovani è una grossa sfida nel contesto di una secolarizzazione che oggi tende ad incoraggiare i giovani a mettere da parte Dio per dare valore alle cose materiali. Affrontare questa sfida illumina in modo nuovo il nostro servizio alla Chiesa nella speranza che, guidate dallo Spirito Santo, possiamo contribuire a costruire la Chiesa che desideriamo diventare.   

I giovani oggi hanno tanto bisogno di tenerezza. Questa caratteristica è diventata tabù nella nostra società materialistica dal momento che i rapporti umani mancano di calore e di comprensione. Oltretutto, i mass media favoriscono modi di comunicare patologici. Più strumenti usiamo per collegarci tra noi più sembra che ci si allontani gli uni dagli altri. Più ci isoliamo nel nostro individualismo più diventiamo assetati di affetto e di solidarietà.

Tanti giovani sentono anche il bisogno di usare droga o alcol per evitare la propria solitudine interiore. In questo mondo in rapido cambiamento sentono il bisogno di stabilità. Cercano un punto di riferimento e dei rapporti che riflettano un’immagine gratificante di se stessi. In passato queste dinamiche erano tipiche dell’adolescenza. Oggi, secondo gli esperti, tanti giovani non raggiungono un’identità stabile fino all’età di 35 anni.  

Mettere a disposizione i nostri doni in questo ministero

"The relational involvement required for our interaction with young people is quite deep."

Dobbiamo acquisire delle capacità particolari per lavorare con i giovani. Il coinvolgimento relazionale necessario per le nostre interazioni con i giovani è molto profondo. Prima dobbiamo tenere il cuore aperto e disposto a lasciarsi raggiungere. Solo dopo possiamo offrire loro Gesù Cristo.   

Questo è il momento di generare speranza nella Comunità della vita. Creando insieme all’umanità povera e sofferente una nuova capacità di guardare al di là dei nostri limiti, il nostro scopo come gruppo MAFRA è aperto alla possibilità di trasformazione e di un cammino controcorrente. Questo ci renderà testimoni dell’amore di Dio senza penalizzare la nostra felicità e accogliendo il Signore perché prenda un posto centrale nella nostra vita.  

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Giovani - Generare compassione e speranza in Senegal

Jules Marie Diouf, operatore pastorale della Gioventù Francescana a Keur Mbaye Fall, Senegal


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Franciscan Youth during the blessing of the SFP Formation House in Keur Mbaye Fall – June 24, 2007

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The feast of Mother Frances Schervier in Keur Mbaye Fall 

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Jules Marie Diouf during the feast of Mother Frances 


Riflettere sui giovani a partire dal tema proposto dalla direzione del Capitolo Generale non è facile. Occorre chiedersi: “Chi sono i giovani e cosa si può fare veramente con e per i giovani?”  

Secondo Ludivine Bantigny e Ivan Jablonka, La giovinezza è insieme un’età della vita (e pertanto una fase biologica, un vettore di progresso o di contestazione, un gruppo di persone e un gruppo demografico), e una generazione. Rappresenta un momento decisivo dal punto di vista intellettuale e politico, il momento in cui interviene la consapevolezza della contemporaneità”.  Ogni giovane passa attraverso questo momento del ciclo biologico, che di solito va dagli 18 ai 35 anni.  

Questa fase della vita è molto precaria ed è segnata dalla consapevolezza e dalla domanda naturale di senso e di direzione. È fondamentale per il futuro religioso, morale, psicologico, intellettuale e politico dei giovani e per la loro integrazione effettiva nella società. La giovinezza è un periodo in cui ci si pongono tante domande senza avere molte risposte, in cui i giovani affrontano da soli le ingiustizie e le differenze del quotidiano. I giovani sono fragili e a volte lasciano la porta aperta a malintenzionati che li corrompono e li distolgono dall’essenziale, spostandone l’interesse dalla fede ai soldi, al materialismo, alla droga e al sesso.  

I giovani attraversano una crisi di valori e una perdita dei punti di riferimento; sembra che facciano fatica a trovare orizzonti nuovi che diano senso alla loro esistenza. La direzione del Capitolo Generale ci invita ad essere simpatetici e a dare speranza ai giovani. Ma come fare? 

  1. Dobbiamo generare compassione tra i giovani. Dobbiamo stare con loro e soffrire insieme a loro. Nessuna generazione è facile, ma vale la pena di tentare di arrivare alla meta: sanare le piaghe e salvare le anime. Per realizzarlo dobbiamo essere pieni di amore. Dobbiamo metterci nei loro panni per sentire quello che provano loro: un’incertezza crescente sul futuro che li attende. Dobbiamo ascoltarli e andare loro incontro, chiedendo di parlarci della loro situazione e delle preoccupazioni quotidiane. Dobbiamo essere tolleranti e capire che i giovani hanno un modo diverso di percepire la realtà. Cerchiamo di non giudicarli e di non deluderli. Organizziamo degli incontri per dar loro modo di esprimere quello che li preoccupa. Così potranno liberarsi da ciò che li opprime e li schiaccia, ed essere sollevati dalle sofferenze morali, psicologiche, sociali ed economiche.

  2. Il fondamento della vita è la speranza. Viviamo perché speriamo. Cosa dobbiamo sperare? Forse la cosa migliore! Diciamo ai giovani che “Dio esiste ancora” e che Dio non è morto (come aveva detto Nietzsche, il filosofo tedesco) e cerchiamo di trovare delle soluzioni insieme a loro e di aiutarli nel loro progetto di vita. In Senegal potremmo sensibilizzare i giovani ai rischi che li circondano quando decidono di imbarcarsi in viaggi pericolosi sulle pirogues (piccole imbarcazioni da pesca molto leggere e con il fondo piatto) per andare in Europa. Possiamo far vedere loro che è possibile vivere felici stando a casa e vivendo con i mezzi che si hanno a disposizione. Cerchiamo di rispettare la ricerca del bene spirituale che è l’unica via che porta alla felicità.

In questo modo, da adesso al 2013, potremo arrivare a dei risultati positivi nel campo della pastorale giovanile.  

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Un cammino di formazione alla solidarietà:
vero scambio tra suore e giovani


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Un gruppo di giovani a Porta San Giacomo

 

Comunità di “Porta San Giacomo” e “Casa Nazareth” - Padova

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Al laboratorio con le ragazze di Porta San Giacomo

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Preparazione dei pacchi per i poveri

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Al Pane dei Poveri con sr. Monica Stasi

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Una famiglia accolta al Pane dei Poveri con sr. Maria Francesca Musumeci

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Preparazione dei pacchi per i poveri

Cosa succede quando tante menti si mettono insieme e prendono sul serio la sfida lanciata da un workshop internazionale sulla Pastorale Giovanile? Succede che il desiderio di raggiungere i giovani, con il carisma di M. Francesca, si fa impellente e genera un’idea ancora informe: dare vita ad un ‘pacchetto solidarietà’!

Questo progetto nasce a Padova, dall’incontro delle suore di Casa Nazareth e di Porta S. Giacomo, che mettono in campo la loro esperienza di servizio ai poveri, ed in particolare alle persone straniere, per aprire un confronto positivo e creativo con i giovani.

Il ‘pacchetto solidarietà’, per il quale servono mesi di incontri, di scambi, di confronto e di proposte più o meno realizzabili, è un’occasione davvero preziosa per conoscere e scoprire le ricchezze di ciascuna di noi, un vero e proprio confronto di idee tra sorelle. Tutto sfocia in un percorso di EDUCAZIONE ALLA SOLIDARIETA’. Ci rendiamo conto, che il tema caldo dell’immigrazione è ormai storia quotidiana, non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per ogni cittadino italiano. Con entusiasmo e un po’ di trepidazione, lanciamo questa proposta a due parrocchie di Padova, dove abbiamo la possibilità di incontrare complessivamente circa cinquanta giovani.   

Il percorso si sviluppa in tre momenti formativi, dando ampio spazio alla discussione e all’espressione del vissuto dei ragazzi nei confronti degli immigrati. Costruiamo ogni singolo incontro, utilizzando vari metodi e strumenti e puntiamo a coinvolgere i giovani per renderli parte attiva del percorso. Con stupore e meraviglia vediamo emergere pregiudizi e stereotipi sugli immigrati, ma anche desideri di incontro con l’altro, capacità di esprimere la propria opinione e di mettersi in discussione, nell’atteggiamento di apertura e di riconoscimento dei diritti di ogni essere umano.

Per parlare dell’incontro con gli altri ci viene in aiuto Gesù, in cammino con i due discepoli verso Emmaus.”

Per parlare dell’incontro con gli altri ci viene in aiuto Gesù, in cammino con i due discepoli verso Emmaus. Colui che si presenta come lo straniero, l’emarginato, l’etichettato ci svela come accostarci, camminare con, metterci in ascolto e condividere il dolore fino in fondo. Questo genera davvero una compassione e una speranza nuova, una rinascita della fede e della gioia, che non si può più contenere, ma solo annunciare!

Completiamo il percorso con la proposta di alcuni momenti di condivisione e servizio all’interno dei nostri ministeri: al Pane dei Poveri, al Centro di aiuto alla vita e a Porta S. Giacomo. Sono occasioni semplici di incontro tra le persone che serviamo quotidianamente e alcuni di questi giovani conosciuti. E’ bello assaporare insieme il gusto della vicinanza, del sorriso e dei piccoli gesti, che raccontano la possibilità di un incontro, al di là delle differenze! Vale la pena continuare in quest’avventura!                                                                 

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