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VOCI SFP

novembre 2009
Vol. V, No. 9 ©

 

“Advocacy” nelle Aree nello spirito della Beata Francesca

“Come persone che vivono il carisma della Beata Francesca, ci siamo sempre adoperate per difendere, per parlare a nome di altri, nel senso della parola ‘advocate’, e continuiamo tuttora ad essere voce di chi non ha voce, insieme a tutte le persone di buona volontà . . .”

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Carissime suore e associati,

In inglese, la parola advocacy è usata per indicare l’atto di sostenere, di difendere o di agire a favore di una causa o di una persona.  È l’opzione concreta che ci sta di fronte per quanto riguarda la comunità della vita. Come potenziali persone che parlano a favore di altri, ci chiediamo: come possiamo veramente dare un contributo per sostenere la causa della comunità della vita? Nel libro Etica & eco-spiritualidade (p. 32-35), Leonardo Boff cita tre espressioni molto significative della Carta della Terra che ce lo indicano. Ci sono tre modi in cui dobbiamo prenderci cura della comunità della vita: 

Con la comprensione: evitando azioni che causino sofferenza ai membri della comunità della vita; 

Con la compassione: siamo chiamati a rispettare l’alterità di questi esseri e a sentirci solidali con loro;  

Con amore: nel nostro comportamento dobbiamo raccogliere la forza dell’attrazione, dell’unione e della trasfigurazione che scaturisce da Dio e che ha portato San Francesco ad una contemplazione più pura della fratellanza che va oltre i limiti e i confini. 

Capire più in profondità cosa significa vivere in armonia con la comunità della vita
Il mondo sta cominciando un po’ alla volta a prestare attenzione e a vedere i membri silenziosi, non umani, della creazione che non hanno voce nelle decisioni, nei regolamenti e nelle prassi che poi hanno conseguenze sulla loro vita e sull’ambiente in cui vivono. I cristiani, osserva la teologa francescana Ilia Delio nel libro Care for Creation: a Franciscan Spirituality of the Earth (La cura della creazione: una spiritualità francescana della terra), “hanno una lunga tradizione di testimonianza d’amore e di difesa dei poveri e di chi non ha voce, ma spesso non ci si rende conto che tutte le creature della terra appartengono agli emarginati” (p. 104). Oggi siamo tutti, cristiani e non, in evoluzione nel nostro modo di capire, di riconoscere e di fare attenzione a questi partner silenziosi della creazione.   

Abbiamo quasi raggiunto la fine di un anno in cui, con queste pagine, abbiamo cercato di approfondire cosa significa vivere in sintonia e in relazione con la “Comunità della vita”. Rimane una domanda a cui dobbiamo rispondere: Cosa facciamo ora che siamo arrivati a capire in modo nuovo che siamo parte integrante non solo della razza umana ma anche di tutta la creazione? A quali azioni concrete ci chiama questa nuova consapevolezza? In questo numero leggerete alcune azioni concrete che le nostre suore portano avanti nel nome di Gesù: 

  • Suor Carmelina Di Bella in Senegal, che ascolta e si cura dei poveri con speranza e compassione.  
  • Suor Arleen Bourquin negli Stati Uniti, che parla a nome dei bambini trascurati e abusati nel suo servizio di guardiana designata dal tribunale;
  • Suor Maria Lúcia de Olivera in Brasile, che si adopera per cambiare le leggi e per coscientizzare le persone alla conservazione del Cerrado (la seconda regione ecologica per grandezza in Brasile). 
  • Suor Laura Viti, attiva nell’apostolato ai malati mentali incarcerati in Italia, che afferma che ogni persona ha il diritto di ricominciare e di vivere nella comunità della vita;   

Come persone che vivono il carisma della Beata Francesca, ci siamo sempre adoperate per difendere, nel senso della parola ‘advocate’, e continuiamo tuttora a parlare per chi non ha voce, insieme a tutte le persone di buona volontà. 

sr. Tiziana Merletti, sfp
Superiora generale

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Ascoltare e lavorare per i Poveri

“Generare speranza è anche la capacità di ascoltare al lavoro, che è un luogo di condivisione e di creatività che dà gioie molto grandi nel rispetto della nostra diversità e ricchezza, un luogo in cui è consentito donarsi come san Francesco e Madre Francesca.”

Suor Carmelina DiBella, sfp
Comunità di formazione di Keur Mbaye Fall, Dakar, Senegal

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Sr. Carmelina con un bambino

Come figlia di Madre Francesca Schervier ho molte opportunità di servire: la Caritas, la parrocchia, il movimento delle donne, gli ammalati e i poveri (cristiani e musulmani). È con spirito di semplicità che sono impegnata in tutti questi ministeri ascoltando coloro con cui lavoro e che vengono a trovarmi.  

Per dialogare e lavorare con i poveri bisogna essere capaci di ascoltare. Per saper ascoltare dobbiamo prima di tutto e soprattutto avere fede: non è bene che l’uomo sia solo. E il testo non allude solo alla vita di coppia. Noi tutti viviamo come se stessimo aspettando di essere completati dall’altro...  in modo particolare ascoltare gli altri fa crescere in me delle possibilità sempre più grandi di scoprire, di indovinare e di trovare nuovi modi di essere in armonia con i poveri. 

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Sr. Carmelina con una parrocchiana

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La scuola di alfabetizzazione e di tintura dei tessuti DaraYakaar.

La chiesa ci dice che siamo come una cetra su cui suona lo Spirito Santo. Più ascolto, più il suono della mia cetra diventa bello. Camminare con i poveri è una sfida all’ascolto e il vangelo conosce questa sfida. Ascoltiamo la Parola che continua a ricordarci di ascoltare i poveri.

I poveri per definizione non hanno di per sé “qualcosa in più” da dirmi o da insegnarmi. Però quando li ascolto il cuore si apre a nuovi orizzonti. Diventa delicato e felice con poco o con qualcosa di nuovo che non aveva notato prima. Non è quello che si vede anche nel film L’ottavo giorno dove Harry diventa “amico dei poveri” e sente l’innocenza del suo cuore di fratello?*

Generare speranza è anche la capacità di ascoltare al lavoro, che è un luogo di condivisione e di creatività che dà gioie molto grandi nel rispetto della nostra diversità e ricchezza, un luogo in cui è consentito donarsi come san Francesco e Madre Francesca.  



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Grazie all’opera di difesa (advocacy) in cui sono impegnata sento di vivere veramente l’appello lanciato dal nostro Capitolo a generare compassione e speranza nella comunità della vita.”

Suor Arleen Bourquin, SFP

 

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Il poster raffigura un bambino che ha avuto un tutore di CASA.

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Sr. Arleen Bourquin si consulta su un caso con la responsabile di CASA, Carla Zetzer.

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La mia definizione personale dell’espressione ‘advocate’ o ‘difendere’, ‘parlare a nome di’ comprende anche ‘sostenere, stare dalla parte di, parlare a nome di’ e, come religiosa consacrata, anche ‘pregare per’. Pare che parlare a nome di altri sia un’attività che ho cominciato molto presto nella mia vita e che è andata cambiando con il passare degli anni. Come per i bambini della seconda elementare a cui insegno il catechismo, per me il parlare a favore di altri nel senso di ‘pregare per’ è cominciato in famiglia. Pregare per gli amici, per i parenti e per gli animali ammalati o per grazie non specificate, ha da sempre fatto parte della mia vita quotidiana.  

Parlare a nome di altri continua ad essere un elemento fondamentale del mio servizio. Due anni fa sono diventata volontaria nel progetto CASA (avvocato speciale designato dal tribunale). Durante i corsi di preparazione ho scoperto con mia grande sorpresa che fino al ventesimo secolo i bambini non avevano diritti negli Stati Uniti. Il primo caso di abuso di un bambino è stato discusso in tribunale all’interno della legge per la protezione degli animali!  

Quando i bambini sono stati abusati o abbandonati o sono dipendenti, vengono mandati ai Servizi per l’infanzia, e il loro caso può arrivare fino al tribunale dei minori. Il giudice o il magistrato può designare un tutore CASA ad litem che protegga gli interessi del bambino. Come tutore ad litem ho il compito di indagare su tutto quello che riguarda il bambino: la scuola, la cura sanitaria, il rapporto con i genitori, con gli altri parenti ecc. Sono tenuta a preparare una relazione dettagliata in cui si indicano le preoccupazioni legate al caso e le raccomandazioni. La raccomandazione più difficile è quella di rimuovere il bambino dalla famiglia. Negli ultimi due anni in cui ho lavorato alla CASA come volontaria ho servito sei famiglie, con un totale di sedici bambini. Tutti i genitori con cui ho avuto a che fare vogliono bene ai figli e anche se cerco soprattutto di occuparmi dell’interesse dei bambini, il lavoro che faccio alla fine diventa anche un aiuto ai genitori.

Come Suora Francescana dei Poveri, il ministero che svolgo con la CASA è un opera di difesa in cui sto dalla parte e parlo a nome dei figli di Dio, che non hanno voce a causa dell’età o della paura.

Nel mondo d’oggi la vita spesso interferisce con l’impegno ad essere bravi genitori (es. per la perdita della casa, del lavoro, per la dipendenza da droghe, e il problema delle ragazze madri).  E si potrebbe continuare: una mamma ha comprato degli stivali di pelle molto cari ma non aveva quasi niente da mangiare in cucina; un’altra continua a passare da un posto all’altro perché non ha un posto fisso dove abitare.   Io ho lavorato soprattutto con bambini trascurati, anche se a volte, parlando con loro e osservandone il comportamento, ho avuto l’impressione che la famiglia nasconda qualche segreto che il bambino ha paura di rivelare. 

Come Suora Francescana dei Poveri, il mio servizio con CASA consiste nello stare dalla parte e nel parlare (advocate) a nome dei figli di Dio, dei piccoli che non hanno voce a causa dell’età e della paura. Per me è chiaro che i genitori sono per la maggior parte delle brave persone che si trovano in circostanze difficili e che, con l’aiuto adeguato, possono andare al di là di ciò che sembra loro impossibile e creare nuove opportunità per i propri figli. Grazie all’opera di difesa (advocacy) in cui sono impegnata, mi sento di vivere veramente l’appello lanciato dal nostro Capitolo a generare compassione e speranza nella comunità della vita.  

[Fotografo: AL Minor]

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“Ognuno di noi può dare il proprio contributo con delle azioni concrete e consapevoli per rendere la nostra madre Terra abitabile, umana e bella.”

Sr. Maria Lúcia de Oliveira, SFP

Quando partecipiamo ad un gruppo impegnato a favore (advocacy) di una certa causa, sentiamo che le nostre energie si rinnovano e lavoriamo con gusto. L’anno scorso sono entrata nel gruppo Cerrado/CRB, un gruppo formato da religiosi e laici organizzato dalla Conferenza Religiosa Brasiliana (CRB). L’obiettivo che ci proponiamo è di parlare e di agire per difendere il Cerrado, che è la seconda eco-regione (regione che coincide con un determinato ecosistema) del Brasile. Il progetto sta aiutando a creare un’esperienza spirituale ed ecologica e a coscientizzare le persone sulla conservazione di questo ambiente. Noi denunciamo il degrado ambientale dovuto al disboscamento effettuato per procurarsi il carbone e per avere più terreno da pascolo.  

Oggi il disboscamento del Cerrado crea delle condizioni peggiori di quelle del disboscamento della foresta amazzonica. Le sorgenti dei fiumi principali del Brasile si trovano nel Cerrado. Sia le piogge tropicali che i fiumi sono di importanza vitale per la produzione idroelettrica in Brasile, dal momento che il 95% dei Brasiliani dipende (almeno in parte) dall’energia idroelettrica prodotta da questa eco-regione.   

La biodiversità delle eco-regioni del Cerrado* e del Caatinga** è unica e non si trova in nessun’altra parte del mondo. Tante specie che rischiano l’estinzione nell’ecosistema del Mata Atlântica (lungo la costa sudorientale) sono riuscite a sopravvivere emigrando nel Cerrado.  Se questo ecosistema viene distrutto, ne risentiranno anche altri ecosistemi. Circa 25,000 comunità locali, che comprendono piccoli agricoltori, comunità e popolazioni indigene dipendono dal Cerrado per la loro sussistenza. 

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Il gruppo in visita al IPEC*** a Pirinópolis (Goiás) il 17 ottobre: sr. Mirene, sr. Cândida, sr. Genoveva, sr. Edejanira, sr. Maura, sr. Maria Lúcia e sr. Giselda

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Allevamento nel Cerrado di Goiás

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Il Cerrado transformato in pascolo

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Sr. Maria Lúcia nel giardino di Casa São José

Azioni concrete per proteggere e preservare la nostra Madre Terra
Siamo impegnati attivamente nel proporre disegni di legge e nel creare una rete di organizzazioni cattoliche e governative. Siamo in contatto con il deputato che ci rappresenta nel governo federale, Pedro Wilson, che ha proposto un emendamento alla Costituzione – “Cerrado e Caatinga come patrimonio nazionale”, e ha sempre difeso con forza questi due ecosistemi brasiliani, che insieme costituiscono il 33 percento del territorio nazionale e sono di importanza vitale per l’equilibrio ecologico del Paese.   

LaGiornata nazionale del Cerrado (11 settembre) è stata festeggiata all’università, dove si sono tenute varie attività e iniziative culturali. Noi eravamo incaricati di raccogliere firme per sostenere la proposta di emendamento alla costituzione avanzata dal deputato Wilson e che andrà ai voti all’Assemblea legislativa della Camera. Altri politici non hanno consentito che il progetto venisse inserito nel loro ordine del giorno. Non hanno alcun interesse a sostenerlo, dal momento che loro stessi sono grossi proprietari terrieri, a cui interessano solo i grossi guadagni provenienti dall’allevamento.    

Il nostro gruppo ha stampato dei manuali. “Il Cerrado, giardino di Dio” contiene idee scientifiche e bibliche spiegate in linguaggio semplice e propone delle iniziative concrete per curarsi quotidianamente dell’ambiente. Stiamo anche preparando un manuale sul riciclo delle immondizie. Abbiamo creato tanti contatti con persone e gruppi che si occupano della salvaguardia dell’ambiente (donne, uomini, bambini e giovani nelle varie comunità) e abbiamo distribuito i manuali, cercando nello stesso tempo di trovare dei partner e delle soluzioni economiche per continuare a pubblicarli.   

Siamo impegnati a generare compassione e speranza nella comunità della vita vivendo in un mondo dominato dall’egoismo, dall’avidità, dalla sete di potere e di possedere. Oggi più che mai dobbiamo incarnare questi valori ed esprimerli con i fatti. Il mondo non ne può più di tante parole e di così pochi fatti. Ognuno di noi può dare il proprio contributo con delle azioni concrete e consapevoli per rendere la nostra madre Terra abitabile, umana e bella. 


 *Cerrado – è un’eco-regione del Brasile ed è la più grande regione boschiva e savana del Sudamerica. 

**Caatinga è un’eco-regione, con un tipo di vegetazione (con cespugli e una foresta con piante spinose) nella parte nordoccidentale del Brasile.  


*** Istituto di Perma-cultura ed eco-villaggio del Cerrado – un centro sperimentale di formazione e una comunità internazionale nella savana del Cerrado brasiliano.


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Per noi SFP l’impegno è quello di affermare con forza che ogni persona ha diritto a ricominciare e ad essere curato perché la compassione e la speranza animino la comunità della vita!”

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Sr. Laura Viti con alcuni ospiti e volontari della Casa di Accoglienza

Di Sr. Laura Viti, sfp

Ospedale Psichiatrico Giudiziario. In Italia ve ne sono 6. Vi fanno ingresso persone con malattia mentale autrici di reato che al momento del fatto vengono ritenuti incapaci di intendere e di volere da perizia psichiatrica. Per queste persone la Legge Italiana applica una misura di sicurezza che può essere di 2 anni per reati meno gravi e di 5-10 anni per reati più gravi quali tentato omicidio o l’omicidio. La misura di sicurezza equivale generalmente all’internamento in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG).

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Sr. Laura Viti all'entrata dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)

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Una persona dell’OPG al lavoro presso un laboratorio meccanico

L’OPG che dovrebbe accompagnare la persona malata in un percorso di guarigione, si rivela nel concreto un luogo assolutamente incapace di curare: il cibo è insufficiente, mancano il vestiario e le medicine e spesso le persone internate perdono la loro dignità. Sembra a volte che questi malati non stiano a cuore a nessuno e rischiano di rimanere intrappolati e abbandonati.
Da anni come Suore Francescane dei Poveri, in rete con operatori e volontari, cerchiamo di riaccogliere nel territorio il malato e restituirgli la dignità e il diritto di cittadinanza.

La storia di Paolo
Paolo, un dipendente da sostanze stupefacenti, fa ingresso in OPG per un disturbo di personalità. Tutti sono stanchi di lui, conoscono le innumerevoli sciocchezze commesse, la famiglia che pur gli vuole molto bene fa fatica a gestirlo e i tentativi di inserirlo in comunità si rivelano fallimentari.  In OPG, pur senza uno specifico percorso di cura per dipendenti da sostanze, il ragazzo riesce a  guardare con occhio critico alla vita passata e a desiderare di ricominciare un percorso di vita nuovo. Gli operatori lo incoraggiano permettendogli di partecipare a corsi di formazione all’esterno e anche la famiglia condivide attivamente il nuovo programma terapeutico sostenendo il figlio con visite periodiche.

Nonostante il parere positivo dell’equipe interna dell’Ospedale, nel momento in cui vengono contattati i servizi all’esterno del carcere per cercare una modalità di inserimento, si incontra un muro. Ci accorgiamo che i servizi che dovrebbero occuparsi del suo caso guardano a Paolo come ad una persona con un passato negativo; non sono interessati della sua condizione attuale e rinviano continuamente la sua situazione senza cercare una reale soluzione.
Siamo in molti a mobilitarci per Paolo: cerchiamo una comunità che possa accoglierlo e coinvolgiamo il Magistrato affinché solleciti i servizi esterni. Operatori e volontari credono che Paolo abbia il diritto e la possibilità di ricominciare. Ma la sua lunga attesa non ha ancora trovato una soluzione: il nostro ragazzo è in attesa da 4 anni e al momento tutto è sospeso.

Eppure in qualche modo il nostro “essergli accanto” è già un nuovo inizio di vita. Così scrive dopo una giornata trascorsa fuori:

“Cara Sr. Laura, sono le 20,00 e mi ritrovo in compagnia della giornata trascorsa. E’ stato molto bello, quasi “anormale”, vivere nella semplicità, spensieratezza ma soprattutto consapevole di poterlo fare nella lucidità mentale. Per molti potrebbe apparire infantile, ma dentro di me sto conoscendo situazioni ed emozioni appaganti per quello che realmente sono, senza ricorrere a sostegni artificiali e distruttivi. Non è semplice … il quotidiano certamente non è roseo, ma mi consente di riflettere, rivivere il passato e farne una cernita per il futuro…

La strada che dovrò percorrere non terminerà mai se vorrò vivere in maniera sana e rispettosa, ed è per questo che: impegno, rispetto e consapevolezza, dovranno essere le armi che uso ed userò per ricostruire quel Paolo che molti anni fa ho conosciuto! Concludo elogiando chi, come lei, mi sta riconsentendo di rialzarmi ed intravvedere quello che una vita mi è solo passato accanto. Grazie.”

Per noi SFP l’impegno è quello di affermare con forza che ogni persona ha diritto a ricominciare e ad essere curato perché la compassione e la speranza animino la comunità della vita!


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