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VOCI SFP

settembre 2009
Vol. V, No. 7 ©

 

Un po’ di quel tocco umano:”
Atti di giustizia e di pace nella Comunità della vita

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“Credo che generare speranza e compassione significhi poter credere nel buono che c’è nell’essere umano.”

“ Che genere di uccello sei se non sai volare?”  cinguettò il passerotto. “Che genere di uccello sei se non sai nuotare?” rispose l’anatra. (S. Prokofiev – Pierino e il lupo -)

L’essere umano è una specie di animale che sa fare specificamente cosa? Sa nuotare e sa camminare, sa odiare e sa amare, sa costruire ma sa anche come distruggersi a vicenda o auto distruggersi.  Siamo una specie “strana” nel pianeta Terra. Nel corso dei millenni abbiamo saputo sperimentare, perfezionare e rendere concrete molte idee e teorie,  la tolleranza, l’accoglienza, il dialogo l’educazione alle arti e alle scienze, la conoscenza  del bene e del male. Abbiamo imparato ed insegnato come trattare il nemico, come combatterlo e come annientarlo. Abbiamo scritto libri su come arricchirsi e usare il potere o come poter vivere senza potere.

 C’è chi crede che l’umanità sia mossa più dall’egoismo che da ideali altruistici o rispettosi della Vita. Solo alcune regole ci impediscono di ucciderci gli uni con gli altri in una guerra continua di tutti contro tutti o contro tutto. Tante etiche, filosofie e religioni  sono intervenute in lungo e in largo su temi come questi.

Ultimamente vado leggendo vari articoli che sottolineano, mettono in evidenza, come siamo predestinati alla bontà dai nostri geni, qualcuno dice che la generosità e l’altruismo  sono sentimenti innati nella specie umana (cfr. U. Veronesi, Corriere della sera). Il professor Veronesi parla di alcune scoperte neurologiche che dimostrerebbero come alcuni comportamenti altruistici hanno basi neurobiologiche nella nostra mente.  Proprio nel nostro cervello sono stati scoperti quello che gli scienziati chiamano “neuroni specchio” che entrano in gioco in tutti I nostri comportamenti sociali e cioè la capacità che abbiamo di entrare in relazione gli uni con gli altri, “di saper piangere con chi piange e saper ridere con chi ride”.

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Il Capitolo Generale ha chiamato tutti noi a “generare compassione e speranza nella comunità della vita”.  E se veramente avessimo la capacità di essere persone che sanno essere compassionevoli, sanno usare misericordia (direbbe S. Francesco) proprio perché siamo esseri umani, semplicemente solo perché apparteniamo alla specie umana?  È facile immaginare le obiezioni: pensa a quanto male ci facciamo gli uni con gli altri, quanti milioni di Poveri o impoveriti muoiono ogni giorno di fame di sete e di stenti.  Guarda quanti bambini o innocenti soffrono di sofferenze terribili a causa di altri esseri umani. Non ho molte risposte per queste constatazioni.  Solo qualche speranza. 

Credo che generare speranza e compassione significhi poter credere nel buono che c’è nell’essere  umano.

  • Possiamo sperimentare la compassione mettendoci e vivendo dalla parte dei Poveri, accanto ai Poveri;
  • Possiamo generare compassione ascoltando le pene e la disperazione di un immigrato;
  • Possiamo generare compassione accogliendo qualcuno che ci chiede di essere sfamato;
  • Possiamo generare compassione stando accanto ad un ammalato, possiamo generare compassione restituendo la dignità di essere umano ad una ragazza sfruttata.

E chissà quanti altri modi ognuno di noi sa mettere in atto per generare compassione.  

Non vado cercando lodi o pietà –canta Bruce Springsteen-  non vado attorno cercando  un appoggio, cerco solo qualcuno con cui parlare  e un po’ di ‘tocco’ umano, solo un po’ di ‘tocco’ umano.”

Penso sia una bella definizione per compassione  a human touch -  un tocco umano,  che ci aiuta nel nostro costruire e mettere  in atto  gesti di giustizia e di  speranza nella comunità della vita.

Sr. Anna Ingoglia, sfp
Consigliera congregazionale

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Quale Speranza per i Poveri?

“Quale Speranza sono chiamata a generare nelle donne con cui condivido il mio quotidiano?"

Sr. Tina Ventimiglia, sfp

 

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Sr. Tina Ventimiglia con una donna che ha ottentuto il permesso di soggiorno in Italia

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Sr. Tina con un gruppo di donne alla Conchiglia

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Sr. Mary Jo Toll delle Suore di Notre Dame con una donna della casa di accoglienza

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Sr. Tina con una delle donne accolte alla Conchiglia

 

Sono a “La Conchiglia” e mi sembra di servire i Poveri in un tempo senza speranze: situazioni sempre più problematiche, spesso senza via d’uscita. Ma anche in questa casa che a Pistoia accoglie donne vittime di Tratta, la direzione del Capitolo mi interpella spingendomi verso risposte concrete: quale Speranza sono chiamata a generare nelle donne con cui condivido il mio quotidiano?

Sicuramente è una speranza “di rottura” con molti dei sogni coltivati nei loro giovani cuori e presto traditi da chi le ha condotte in Italia lungo le vie delle nuove schiavitù.
In molte - decidendosi a lasciare i luoghi natii dove hanno già conosciuto ben più della povertà, la corruzione, il non riconoscimento della loro dignità di persone e del loro essere donne -  hanno osato sperare in una vita prospera di guadagni e di benessere. Hanno sperato di aiutare le famiglie e di tornare in patria in grado di dimostrare di aver fatto fortuna.  

In molte - decidendosi a lasciare i luoghi natii dove hanno già conosciuto ben più della povertà, la corruzione, il non riconoscimento della loro dignità di persone e del loro essere donne -  hanno osato sperare in una vita prospera di guadagni e di benessere. Hanno sperato di aiutare le famiglie e di tornare in patria in grado di dimostrare di aver fatto fortuna.  
Non solo non posso coltivare queste loro speranze, ma sono spinta ad andare ancora oltre: aver servito chi ti sta vicino non è opera compiuta: vanno consolidati i presupposti perché non si ripetano tali colpe tra gli esseri umani.

Si dice che chi esercita la propria autorità senza compassione produce oppressione.

Davvero allora il “progetto cristiano” del mondo è la compassione. La percezione partecipante al dolore altrui, l’immedesimazione nella sofferenza, allarga poi l’orizzonte dell’azione e stende le sue radici nel terreno della responsabilità.

Accogliendo il carico di ognuna, mi spingo poi verso un ulteriore passo, possibile se fatto insieme: maturare una riflessione sulla propria storia, crescere nella consapevolezza che il dolore della propria esistenza può portare a maturazione frutti per altre donne.

“se c’è una vita che deve ‘respirare’ Speranza, questa è la vita francescana.”"

Attraverso un faticoso cammino riconosciamo che abbiamo una parola da poter dire e che può essere ascoltata da chi ha in mano  il potere a vari livelli.

Così, in aprile, da New York ci visita Sr. Mary Jo Toll, delle Suore di Notre Dame, che guarda caso si trova in comunita` con sr. Bernadette Sullivan. Raccoglie la storia da voci di più continenti evidenziando i punti su cui fare leva perché ciascuna esprima le proprie richieste, i suggerimenti, le paure, i drammi e si impegna a portare queste piccole voci ai potenti che si riuniscono nella sede dell’ONU dove lei è presente con una ONG sulla realtà femminile.
Si conclude un’altra dura giornata: nel colloquio con R. ne incrociavo lo sguardo triste, segno eloquente di ciò che si porta dentro: dolore, delusione, sfiducia … Non conosce l’italiano, il mio inglese tenta di superare l’ostacolo e rendere possibile la comunicazione.

Abbiamo parlato a lungo: sul volto di R., dopo una lunga giornata, affiora un sorriso! Un segnale di Speranza?
Ho la conferma che non si può “Generare” senza essere attraversati dal dolore, ma se c’è un santo che della Speranza ha fatto il suo nutrimento spirituale, è S. Francesco, perciò, se c’è una vita che deve "respirare" Speranza, questa è la vita francescana.


[alcune foto sono state alterate per proteggere l'identita` delle interessate]

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Conversione nel servizio: sono i poveri che ci cambiano
Se non c’è speranza non c’è cambiamento!”

Suor Maria Goretti Pereira, SFP

photoQuando sono arrivata a Pires do Rio nel 2005, ho cominciato a conoscere la gente del posto e ho voluto conoscere le loro necessità prima di cominciare il mio ministero. Mi sono incontrata con la signora Luiza, Coordinatrice dell’Associazione per la Protezione dei bambini e degli adolescenti (APAI). Si tratta di una società non a scopo di lucro che è responsabile della gestione di un istituto sponsorizzato dalle SFP. Mi sono offerta di insegnare a dipingere su tela, un’attività che avevo già fatto con successo a Goiânia. Ho anche proposto di occuparmi della formazione religiosa di un gruppo di adolescenti e ho cominciato a partecipare al servizio agli ammalati promosso dalla parrocchia, andando a visitare gli ammalati sia all’Ospedale regionale che nelle case.

In quel periodo sono stata invitata da fra’ Wanderley Carvalho, OFM, e con l’approvazione di suor Maria Helena, ho cominciato a collaborare alla formazione spirituale dell’Ordine Secolare Francescano. Sono anche incaricata di preparare due ritiri annuali per i loro membri. È un servizio che mi dà molta soddisfazione, perché mi aiuta a conoscere meglio la spiritualità francescana mentre cerchiamo di integrarci con altre comunità per crescere insieme negli obiettivi comuni.  

Sono anche impegnata in un progetto giovanile diocesano, che ci dà tanta speranza! Si tratta del gruppo SAV (servizio vocazionale e di attività di gruppo), che ha la sede principale ad Ipamerì ed è animato da un’équipe di sei religiosi, me compresa. Lavoriamo con dei gruppi di giovani delle scuole che si trovano nella periferia della città. A volte sembra che le cose si muovano lentamente, ma ci auguriamo di fare un buon lavoro e di avvicinare questi giovani così bombardati da tante tentazioni in nostro mondo post-moderno.   

A livello diocesano, servo come economa del gruppo organizzatore della Conferenza sub-regionale dei religiosi del Brasile. Alla fine di agosto abbiamo fatto l’incontro vocazionale della diocesi di Ipamerì. Chissà se nascerà qualche vocazione alle Suore Francescane dei Poveri... Dopo tutto, se non c’è speranza non c’è cambiamento!   

La Beata Francesca Schervier è stata una vera missionaria che ha diffuso la solidarietà, l’amore e la condivisione con i poveri e con tutti coloro che ha cercato di aiutare.

Come Francescane dei Poveri sentiamo di dover fare qualcosa di più per vivere la chiamata del carisma a servire i poveri. La direzione affidataci dal Capitolo di “generare compassione e speranza nella comunità della vita” sottolinea l’obiettivo di unire le nostre forze per seminare nel raccolto di Dio la sua Parola di vita. 

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Il servizio di sr. Maria Goretti porta frutto

La Beata Francesca Schervier è stata una vera missionaria che ha diffuso la solidarietà, l’amore e la condivisione con i poveri e con tutti coloro che ha cercato di aiutare. Pensando al ministero, mi rendo conto che dobbiamo convertirci noi, prima di cercare di convertire altri al Regno di Dio. La nostra fede dice che “Gesù Cristo è il volto umano di Dio e il volto divino dell’uomo” (Giovanni Paolo II,  Ecclesia in America, 67). Per questo motivo, “l’opzione preferenziale dei poveri” è implicita nella fede cristologica nel Dio che si è fatto povero per noi per arricchirsi con la sua povertà (cfr. 2 Cor. 8-9). (Benedetto XVI, Discorso di apertura della Conferenza dell’Aparecita, 3).   

Grazie di avermi dato questa opportunità di raccontare la mia esperienza, che cerco di vivere con tanto amore.  

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Sanare le piaghe di Cristo nei Poveri

“Per me è stata davvero una grazia poter lavorare con queste persone veramente speciali.”

Suor Grace Miriam Pleiman, SFP

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Sr. Grace Miriam con il neonato di una residente che abita
a Grace Place.

Anche se il vangelo di Matteo ci dice che Gesù abbia detto “I poveri saranno sempre con voi” non vuol dire che non bisogna cercare di alleviare la loro situazione. Mi ricordo molto bene tante discussioni all’Assemblea dell’Area USA in cui ci siamo impegnate ancora una volta ad aiutare i poveri, sempre intendendo la povertà come non semplicemente povertà materiale. Tuttavia personalmente ho sempre scelto di lavorare con chi è materialmente povero.

I poveri sono prediletti dal cuore di Gesù e da noi Francescane
Fortunatamente, i cristiani e i Francescani non sono gli unici a preoccuparsi dei poveri: uno degli Obiettivi di sviluppo del millennio lanciati dalle Nazioni Unite è di eliminare la povertà entro l’anno 2015. Inoltre, nel 2008, la Relazione del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite ha dato una definizione di povertà che non si limita a quella materiale: Se da un lato lo sviluppo economico è essenziale per aiutare le persone ad uscire dalla povertà, da solo non basta... la mancanza di accesso alle risorse essenziali va al di là delle difficoltà economiche fino ad intaccare la salute, l’istruzione, la sicurezza e le opportunità di partecipazione economica della gente”.

Negli Stati Uniti, la soglia della povertà viene calcolata prendendo il costo di una dieta adeguata per famiglie di varia grandezza e moltiplicando il costo per tre per tenere conto delle altre spese. Attualmente il livello di povertà per una famiglia di due persone è di $14.570 e per una famiglia di quattro persone è di $22.050. In Africa e in altri paesi del terzo mondo le cifre sono inferiori. Chi si trova in queste situazioni difficili è prediletto dal cuore di Gesù e da noi francescane. 

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Grace Place, Residenza del Catholic Worker per le famiglie senza dimora, festeggia il 10mo anniversario
a College Hill (Cincinnati)

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Come suor Grace, Dorothy Day e Peter Maurin hanno scelto volontariamente la povertà come componente essenziale della crescita del Movimento Catholic Worker.

 

Il mio cammino con i Poveri
Il mio ministero tra i poveri è iniziato a New York, dove, per 34 anni, ho lavorato in ospedali e in agenzie di servizi sociali per aiutare i senza fissa dimora e cercare di rimediare alla mancanza di una casa. Si calcola che il numero di uomini, donne e bambini che vive sulla strada è scioccante: circa 100.000. Vedendo che non esistono programmi per gli uomini che vivono sulle strade ho pensato ad una struttura di passaggio per senza fissa dimora in fase di riabilitazione da tossicodipendenza e alcolismo e l’ho diretta per dieci anni a Brooklyn. Questa casa ha dato loro la possibilità di rimettere a posto la loro vita in un ambiente sicuro in cui vivere senza dipendere da sostanze nocive. 

Nel 2007 mi sono trasferita a Cincinnati, dove ho cominciato ad occuparmi delle donne senza fissa dimora e dei loro bambini in una casa d’accoglienza gestita dal Movimento Catholic Worker. Attualmente lavoro nella casa d’accoglienza “Our Lady of the Woods” (Nostra Signora del bosco”) nel distretto White Oak di Cincinnati. Fondata da sr.Antonita Mettert, sfp, come residenza per gli anziani che hanno un reddito basso, questa struttura originale ospita venti residenti, ciascuno con la propria stanza e con dei grandi bagni in comune. Come infermiera psichiatrica, animo dei gruppi di ginnastica e di socializzazione, insegno igiene e faccio delle sedute private con chi ne ha bisogno. Li porto anche a fare le visite mediche quando ce n’è bisogno. Nel 2008 l’Area USA ha votato di sponsorizzare questa missione. 

Il vangelo ci assicura: “Beati i poveri, perché di essi è il Regno dei cieli”. Per me è stata davvero una grazia poter lavorare con queste persone veramente speciali. L’argomento è molto ampio e deve rimanerci sempre davanti agli occhi, mentre continuiamo a sanare le piaghe di Cristo! 

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